Il 3 novembre i cittadini americani saranno chiamati al voto per eleggere il 46esimo presidente degli Stati Uniti.

Dibattiti e risse verbali

Il 30 settembre è andato in scena il primo dei tre round tra Biden e Trump, che presto si è trasformato in una rissa verbale nella quale gli insulti hanno prevalso sui contenuti; il secondo si sarebbe dovuto svolgere in modalità virtuale il 15 ottobre, ma è stato cancellato. Il terzo e decisivo andrà in scena il 22 ottobre e sarà moderato da Kristen Welker di NBC (per fortuna).

I grandi elettori

Negli Stati Uniti d’America sono chiamati grandi elettori i delegati che compongono il collegio elettorale che elegge il presidente degli Stati Uniti.

Essi sono eletti su base statale e il loro numero è 538, pari alla somma dei senatori (100, due per ogni Stato), dei deputati (435, assegnati proporzionalmente al numero di abitanti residenti in ciascuno Stato) e dei tre rappresentanti del Distretto di Columbia in cui si trova la capitale Washington.

L’elezione del presidente è quindi, tecnicamente, una elezione di secondo grado: il presidente che poi verrà eletto potrebbe non essere quello a favore del quale si è espressa la maggioranza dei cittadini.

Cosa dicono i sondaggi 

Sulla base dei sondaggi, la CNN classifica come “solidamente democratici” 17 Stati che pesano per 203 elettori, a cui si aggiungono nove Stati e distretti elettorali che portano in dote altri 87 voti. Il totale per Biden sarebbe di 290.

Il presidente Donald Trump può contare su 20 Stati “saldamente repubblicani”, che però portano solo 125 voti, mentre solo il Texas con i suoi 38 voti figura nella categoria degli stati tendenti verso i repubblicani. 

Sono invece 6 gli stati e le circoscrizioni elettorali considerati in bilico, con una dote di 85 voti

Secondo la Cnn, Biden è in gran vantaggio fra le donne, gli indipendenti, i laureati e non bianchi, ma è ormai anche competitivo fra gli elettori maschi, i bianchi e gli anziani, dove Trump era in vantaggio nel 2016.

Programmi a confronto: Sanità

Le maggiori divergenze riguardano la sanità. Trump è contrario alla riforma sanitaria firmata dalla Presidenza Obama e nel giugno scorso, nel pieno dell’emergenza Covid-19, ha chiesto alla Corte Suprema di farla decadere, senza però presentare un piano alternativo. Joe Biden è, invece, favorevolissimo al cosiddetto Obamacare (ampliamento del ruolo pubblico e incentivi alla sottoscrizione delle polizze sanitarie da parte dei cittadini), essendo vice presidente nel momento della ratifica. Entrambi si sono espressi favorevolmente riguardo la possibilità di importare farmaci dal Canada, se venduti a prezzi inferiori rispetto agli Stati Uniti.

Politica fiscale

Programmi radicalmente diversi anche in tema di politica fiscale e tassazione.

Trump, che è appena stato oggetto di uno scoop del New York Times sulle sue dichiarazioni dei redditi degli ultimi 15 anni, ha approvato una riforma con consistenti tagli fiscali alle classi più agiate e all’industriaBiden ha avvisato gli elettori di voler radicalmente cambiare la riforma di Trump, facendo in modo che siano proprio le aziende a contribuire maggiormente alle spese da sostenere per limitare l’impatto della crisi climatica oltre all’educazione e alla sanità pubblica.

Ambiente

Come noto Donald Trump è scettico sulla crisi climatica, motivo per cui non attua alcuna politica per la riduzione delle emissioni di CO2 in atmosfera e per cui ha iniziato la trafila burocratica per sfilare gli Usa dagli accordi sul clima di Parigi. Joe Biden invece alla crisi climatica ci crede e ha proposto un piano da 2 miliardi di dollari per ridurre le emissioni di CO2 come punto forte del proprio Green New Deal sull’ambiente. 

Politica estera: rapporti con la Cina.

Chiunque vinca le elezioni presidenziali, una cosa è chiara: gli Stati Uniti hanno voltato pagina nelle relazioni con la Cina ed è probabile che manterranno una linea più dura.

Con Biden alla Casa Bianca,i dazi sulle importazioni cinesi voluti da Trump potrebbero rimanere, le politiche per arginare Pechino e ridurre l’interdipendenza potrebbero espandersi con democrazia e diritti umani in cima all’agenda dell’amministrazione.

Dollaro e politica monetaria

Durante il proprio mandato, più volte Trump ha esortato la Fed ad abbassare il costo del denaro per sostenere i mercati e spesso è stato accontentato. Una conferma repubblicana lascerebbe presagire una banca centrale più coraggiosa, mentre sarebbe prevedibile un indebolimento del dollaro che attualmente viene giudicato sopravvalutato.

La vera incognita: il voto postale

Il voto postale è forse il tema principale delle presidenziali Usa. 

Attualmente 38 Stati prevedono la possibilità di votare per posta, in cinque di questi (Oregon, Colorado, Hawaii, Washington, Utah) ciascun elettore riceve automaticamente la scheda da compilare per posta o via e-mail. Il voto postale viene espresso in anticipo rispetto alla data elettorale, poiché le schede devono giungere agli scrutinatori entro la sera del 3 novembre, pena la nullità.

Proprio sui presunti problemi del voto postale potrebbe basarsi una contestazione di Donald Trump, il quale ha dichiarato che non accetterà il risultato delle elezioni qualora fosse sconfitto. 

La sua posizione ufficiale sul tema è che favorisca i brogli, mentre i rivali democratici spingono su questa modalità: il 23 Agosto, con 257 voti a favore e 150 contro, la Camera ha approvato una legge per stanziare 25 miliardi a favore della US Post e bloccare i tagli che si temeva potessero rallentare il recapito dei voti. Basteranno per arginare il tycoon?

Gli effetti sulle Borse

Nel 2016, quando Trump vinse le elezioni battendo Hilary Clinton, i mercati festeggiarono la diminuzione dell’aliquota sugli utili delle società dal 35 al 21%.

Gli operatori si attendevano anche un rally del settore Energy, che tuttavia ha ampiamente deluso le attese (-52% da allora).

Qualora dovesse vincere Biden, la logica va verso un sovrappeso del settore delle energie rinnovabili, tra i cavalli di battaglia della campagna elettorale democratica, mentre tendenzialmente non piace la prospettiva che possa aumentare la tassazione (dal 21 al 28%, che comunque non sarebbe immediata).

In realtà, ciò che maggiormente potrebbe incidere non sarà la via vittoria dell’uno o dell’altro, piuttosto un non-risultato.

Il Congresso attualmente vede una maggioranza repubblicana al senato e democratica alla camera, con un presidente repubblicano: quello che i mercati si augurano è una vittoria netta di uno dei due candidati.

Certo le turbolenze non mancheranno e a quanto pare neanche possibili contestazioni del voto. Una cosa è certa: Trump venderà cara la pelle, anche a costo di bucare le gomme a tutti i furgoni postali degli Usa.