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La storia insegna, ma non ha scolari

Andrea Galli

4 anni fa

Si è appena concluso un trimestre piuttosto movimentato. Il conflitto in Ucraina e le relative sanzioni occidentali alla Russia hanno surriscaldato i prezzi delle materie prime, portando l’inflazione al di sopra dei livelli di guardia soprattutto in Europa e Stati Uniti (rispettivamente 7,5% e 7,9% a marzo). Le conseguenze più importanti si sono registrate sui mercati obbligazionari: quando aumenta il costo dei beni, il rendimento reale (quello al netto dell’inflazione) inesorabilmente si erode e le banche centrali devono alzare il livello dei tassi di interesse. Alzando i tassi (oppure smettendo di comprare titoli sul mercato come annunciato da BCE e FED), il prezzo delle obbligazioni scende ( -5,5% il relativo indice globale da inizio anno).

Il mese di marzo ha fatto registrare un parziale recupero degli indici azionari rispetto ai minimi toccati a fine febbraio. Il mercato europeo, maggiormente caratterizzato da titoli ciclici (correlati alle aspettative di crescita economica) ha subito il contraccolpo maggiore a causa dello scenario di stagflazione (alta inflazione e crescita debole) che è andato a delinearsi.  Lo stesso mercato azionario, tuttavia, nella componente a dividendo, funge da paracadute al rincaro dei prezzi: come scritto in precedenza, le obbligazioni vedono ridursi il loro rendimento reale e quindi devono essere sostituite nei portafogli. Quando il potere d’acquisto della moneta diminuisce, detenere liquidità si traduce in una perdita certa, perciò si punta sugli asset reali (fra cui le azioni). Chi investe con progettualità nel tempo ha imparato a convivere con la volatilità del mercato, che è il premio da pagare per un maggior rendimento nel lungo periodo; l’investitore più timoroso invece oggi più che mai va accompagnato verso un allocazione diversa da quella a cui era abituato negli ultimi anni, in linea con le nuove dinamiche di mercato.

Il 31 marzo, il Presidente americano Joe Biden ha annunciato il rilascio record sul mercato di un terzo delle riserve strategiche di petrolio, che gli Stati Uniti detengono dal 1975. Allora i paesi arabi dell’Opec (diminuendo drasticamente la produzione), fecero raddoppiare i prezzi come forma di rappresaglia nei confronti dei paesi sostenitori di Israele nella guerra del Kippur (ottobre 1973): da quel momento Jerald Ford decise di detenere riserve di petrolio al pari dell’oro. Quell’evento spinse i paesi occidentali verso fonti di approvvigionamento alternative e quest’oggi, a distanza di quasi 50 anni, la transizione energetica annunciata nei piani miliardari di Unione Europea e Stati Uniti, dovrà accelerare definitivamente insieme a tutte le infrastrutture ad essa collegate.

I dati economici risentiranno dell’attuale conflitto anche in relazione alla sua durata, lo sa bene la Cina che ufficialmente non si schiera ed è pronta a cogliere ogni opportunità per sè vantaggiosa, mentre il reminbi (valuta cinese) si rafforza e la banca centrale di Pechino è forse l’unica ad avere margini per intervenire; l’India dal canto suo sta acquistando i barili russi beneficiando dello “sconto” del 25% offerto da Mosca.

Un sistema di dazi e sanzioni danneggia tutto il sistema economico e la differenza tra vincitori e vinti rischia di avere un prezzo più alto del vantaggio stesso; come scriveva Antonio Gramsci, “La storia insegna, ma (purtroppo) non ha scolari”.

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