Secondo il modello previsionale della Federal Reserve di Atlanta, che registra i dati sulla crescita economica in tempo reale, il PIL americano del secondo trimestre si sarebbe contratto dell’1% dopo il -1,6% dei primi tre mesi: due trimestri consecutivi di crescita negativa sanciscono (tecnicamente) una recessione.
Preoccupati o sollevati?
Nell’ultimo articolo (“Il dilemma di Jerome”) ho scritto di come la banca centrale americana si stia muovendo per contenere l’inflazione (in ritardo). L’inflazione si genera alla fine di un ciclo economico di forte espansione e piena occupazione, quando la fiducia dei consumatori è elevata e così anche la domanda di beni e servizi. La conseguenza di una domanda molto forte è l’aumento dei prezzi, con conseguente perdita del potere di acquisto. La salvaguardia di quest’ultimo rientra nel mandato delle banche centrali, le quali sono chiamate ad agire per riportarlo in equilibrio.
Il problema relativo alle catene di approvvigionamento e distribuzione (lato offerta) e il conflitto in Ucraina (lato prezzi delle materie prime) hanno contribuito ad accelerare il surriscaldamento del sistema, che per tornare in equilibrio necessitava di una “secchiata d’acqua gelida”. A livello macroeconomico questa si traduce in un aumento dei tassi di interesse e una diminuzione della moneta in circolazione (“quantitative tightening”). Il QT, all’opposto del QE (quantitative easing), prevede che la banca centrale riduca fino ad esaurirlo l’acquisto di bond dal mercato (principalmente titoli di stato e obbligazioni societarie), non rinnovandoli a scadenza (tecnicamente si chiama riduzione del bilancio).
Il rialzo dei tassi provoca un maggior costo di finanziamento per le imprese, le quali diminuiscono gli investimenti e le assunzioni di personale. La disoccupazione torna a salire, qualche azienda scompare dal mercato, la fiducia dei consumatori scende, così come la propensione al consumo. La domanda di beni e servizi si raffredda e con essa i prezzi, riportando l’inflazione ad un livello tollerabile. Solo in quel momento la politica monetaria si stabilizza, i tassi smettono di salire e riparte un nuovo ciclo economico. Tutto torna in equilibrio, con l’incognita sul tempo necessario affinché tutto ciò si realizzi.
Cosa accade sui mercati finanziari
I tassi di interesse sono la forza gravitazionale dei mercati. Quando il rendimento delle obbligazioni aumenta, gli investitori sono meno attratti dal mercato azionario, che “mette a sconto” gli utili futuri delle aziende attualizzandoli ad un coefficiente superiore. Gli effetti li stiamo toccando con mano: dapprima è sceso il mercato obbligazionario (-12% da inizio anno), successivamente l’azionario: quello americano (S&P 500) con il suo -20,6% ha fatto segnare il peggior semestre degli ultimi 50 anni. Le ultime a scendere sono le materie prime, a partire dai metalli industriali (rame, argento, platino, palladio) che subiscono il calo della domanda.
Il prossimo futuro
Gli stessi motivi che hanno causato il ribasso (inflazione, banche centrali, timori di recessione) saranno il punto di svolta per un (futuro) cambio di trend. Negli Stati Uniti, il dato sull’inflazione “core” (depurata delle componenti più volatili che sono alimentari ed energia) per il secondo mese consecutivo non è aumentato. I costi di trasporto dei container, pur rimanendo alti, hanno iniziato a flettere. La FED a metà luglio con ogni probabilità alzerà i tassi di un ulteriore 0,75%, imitando quanto fatto a giugno, mentre per settembre, novembre e dicembre l’incremento sarà decisamente minore. Le attuali valutazioni azionarie scontano già un impatto notevole sugli utili, che tuttavia è ancora da quantificare, poiché non sappiamo quanto intenso sarà il rallentamento.
Settori ed asset da attenzionare
In situazioni analoghe, il primo asset a riprendersi sono le obbligazioni a lunga scadenza, che tornano ad essere acquistate quando nel breve termine c’è incertezza, mentre quelle legate all’inflazione hanno iniziato a flettere perché il picco sembra essere stato raggiunto. Il settore delle utilities e quello dei consumi di base sono da preferire perché riescono a trasferire nei prezzi l’aumento dei costi di produzione (e le persone non possono fare a meno di questi beni). Le infrastrutture da sempre rappresentano la base da cui far ripartire un’economia, mentre le aziende a grande capitalizzazione sono da preferire rispetto a quelle più piccole che utilizzano maggiormente il debito.
Una nuova normalità
Difficile capire se il bottom (punto più basso) sia già stato raggiunto. Il breve periodo è influenzato da numerose variabili sia economiche che geopolitiche, pertanto chi rimane bloccato perché “il mercato può calare ancora” e attende i minimi, rimarrà col cerino in mano (come spesso accade). Continuo a pensare che a fine anno le valutazioni saranno più alte di quelle attuali, poiché lo scenario sarà più nitido. I titoli di stato italiani ora rendono il 3% in più rispetto a 10 mesi fa, ciò significa che tornano percorribili opzioni semplici per implementare i portafogli. Non stiamo assistendo a nulla che non sia già capitato in passato, va preso atto di una nuova normalità con equilibri diversi rispetto ai precedenti. Dovremo probabilmente convivere con un tasso di inflazione strutturalmente più alto ed essere pronti a scelte coraggiose sia a livello energetico che di mobilità. Le filiere produttive torneranno più corte e non si potrà fare a meno dell’economia circolare. Stiamo vivendo la fine di un ciclo, con il nuovo che offrirà attori e soluzioni migliori rispetto alle precedenti. E’ solo una questione di tempo.