“Investire è la cosa più semplice del mondo: basta acquistare un’azione ad un prezzo inferiore al suo valore reale e tenerla nel portafoglio per sempre”. Questa frase di Warren Buffett, chiaramente provocatoria, illustra il concetto cardine della metodologia del “Value Investing”: calcolare il valore intrinseco permette di capire se un titolo è sopravvalutato oppure sottovalutato. E’ il prezzo al quale il mercato dovrebbe quotare l’azione in base ai suoi fondamentali (ovvero i bilanci), depurato dei fattori psicologici e delle dinamiche domanda/offerta. 

Per determinarlo, il metodo di valutazione più utilizzato è il “discouting cash flow” (attualizzazione dei flussi di cassa): il risultato tiene conto di quanto denaro l’azienda genererà nel futuro (dividendi), ad un tasso di crescita (costante) ed attualizzato ad un “tasso di sconto” che compensi del rischio che si sta assumendo (di norma il rendimento del corrispondente titolo governativo a lungo termine).  Poiché il tasso di crescita è influenzato da numerose variabili (management team, abitudini dei consumatori, competitor, mode e tendenze), viene poi applicato un ulteriore “margine di sicurezza” (di norma il 30%), in grado di conferire al risultato una valenza idonea a soddisfare le esigenze di un investitore di lungo termine.

Perché ho citato il Value Investing? Lo scoprirete alla fine.

Da inizio gennaio il posizionamento dei mercati è “Higher for Longer”, ovvero crescita economica in un momento di inflazione e tassi di interesse elevati; i consumatori continuano a spendere perché tutto sommato il mondo del lavoro rimane forte. Nella “street economy”, nonostante i prezzi in salita, i ristoranti sono pieni. Perché accade ciò? La componente psicologica è fondamentale. Se ci sentiamo saldi sul posto di lavoro, continuiamo a spendere: l’economia siamo noi, i dati ci stanno dicendo che la fiducia dei consumatori rimane alta e per questo i mercati si sono posizionati sugli asset più rischiosi, anche se i dati macro indicano una situazione tutt’altro che rosea per i prossimi trimestri. Ma la macroeconomia, si sa, non sempre viaggia a braccetto con i mercati (purtroppo o per fortuna?).

Seppur con tempi diversi, le banche centrali stanno ultimando il ciclo di rialzo dei tassi ed hanno manifestato l’intenzione di rimanere in attesa di misurare il “wealth effect”. L’effetto-ricchezza si determina dall’analisi congiunta dello stato di salute del mercato immobiliare e finanziario: mentre il primo ha mostrato evidenti segnali di rallentamento per via dell’esplosione dei tassi sui mutui, un eccessivo rimbalzo del secondo non viene considerato una buona notizia e porterebbe a mantenere le restrizioni monetarie per più tempo (onde evitare un ritorno dell’inflazione).

C’è una definizione di “obbligazione” che adoro: liquidità spostata in avanti nel tempo. Perché è importante osservare il mercato obbligazionario? Perché tendenzialmente anticipa cosa accadrà.

Il dato di settimana scorsa di un’inflazione in ripresa, ha riportato i rendimenti dei titoli di stato sui massimi di novembre. In Italia il Bot ad 1 anno rende poco meno del 3% netto, 3,50% a 5 anni, 3,80% a 10 anni (il bund tedesco è al 2,50%). Negli USA ad oggi il 2 anni rende il 4,7%, il 5 anni al 4,1%, 10 e 30 anni entrambi il 3,9%. Trattasi di “inversione della curva”: le scadenze più ravvicinate rendono maggiormente perché sono influenzate delle rilevazioni dei dati di breve termine (inflazione e prodotto interno lordo), mentre quelle più lunghe (oltre i 10 anni) scontano uno scenario “normale” dominato da domanda/offerta e grado di liquidità. Tutti ormai abbiamo capito che la vera “droga” dell’economia sono i tassi di interesse bassi e che un’economia fatica a crescere in modo sostenuto con tassi alti per molto tempo.

Negli Usa, il mercato ora sconta 5,25% a fine 2023, 4,5% a giugno 2024, 3,75% a dicembre 2024: tagli più lontani e tassi più alti per più tempo. E di conseguenza, fibrillazioni sul mercato azionario, soprattutto in quei settori che meglio avevano performato ad inizio 2023 (consumi discrezionali, real estate, tecnologia).

Inflazione, geopolitica, prodotto interno lordo, curva dei rendimenti…sono tutti rumori di fondo per il trading di breve termine. Sono come il canto della cicala. Essere informati, capire il contesto e fare cultura finanziaria per i propri clienti deve essere il minimo sindacale per un consulente. Prevedere se e quando la recessione arriverà, per quanto mi riguarda non è fondamentale, quel che conta davvero è avere un metodo (il Value Investing è solo un esempio). Questo periodo all’apparenza così complicato, ci sta offrendo opportunità nelle cose semplici: ricordate i rendimenti negativi dei titoli di stato? Sempre a titolo esemplificativo, un anno fa il Btp con cedola 3,50% scadenza marzo 2030 costava 115; oggi si compra a 97. Siamo al bottom o può scendere ancora? Poco importa. Fate attenzione agli “incantatore di serpenti”, coloro i quali al primo rimbalzo sfoderano strumenti dalle “performance” strepitose o ancor peggio che invitano a comprare solo perché il prezzo è calato. Il processo di investimento si può semplificare, ma non è facile: la scarsa professionalità spesso nasconde spiacevoli sorprese. Quando la cicala canta, mettetevi le cuffie e proseguite per la vostra strada.