Era l’estate del 2011 quando la crisi dei “PIIGS” fece entrare nel gergo comune la parola “spread”, inteso come differenziale di rendimento fra i tioli di stato tedeschi e quelli degli altri paesi. Se oggi i tassi dei btp hanno superato il 4% netto sulle scadenze più lunghe, in parte lo dobbiamo ad un altro tipo di differenziale, denominato “crack”.
Il crack spread misura il gap fra il prezzo del petrolio greggio e quello dei prodotti ricavati dalla sua raffinazione (carburanti, solventi, bitumi, lubrificanti) ed è considerato uno dei più importanti indicatori delle pressioni inflazionistiche, soprattutto della “headline inflation” (quella complessiva).
Il 21 settembre la Russia ha unilateralmente bloccato l’esportazione di carburante diesel, ufficialmente a causa dell’incremento della domanda interna causata della guerra. Non dovremo perciò stupirci di rivedere il prezzo del gasolio raggiungere e magari superare quello della benzina, con effetti rilevanti sia in ambito energetico che produttivo. Il diesel è il carburante maggiormente utilizzato sia per le macchine agricole che per l’autotrazione, l’incremento dei prezzi inciderà sui bilanci delle aziende e di conseguenza sui consumatori finali. Una grana soprattutto per l’Europa, già alle prese con il petrolio nuovamente sopra i 90 dollari al barile.
Un’inflazione che rimane “appiccicosa”, avvalora il messaggio lanciato in questo mese di settembre dalle principali banche centrali: è ora di mettere in pausa e vedere quello che succede, ma i tassi di interesse rimarranno più in alto più a lungo. Spostare in avanti le prospettive di taglio del costo del denaro (non prima di metà 2024), implica che gli investitori pretendono dalle obbligazioni un rendimento più elevato: nell’immediato i prezzi dei bond scendono e si riduce il premio per il rischio del mercato azionario.
Questo scenario influenza anche il mercato immobiliare: negli Stati Uniti il 16% dei contratti sono stati annullati dopo la vendita a causa di tassi ipotecari che sulle scadenze più lunghe hanno superato il 7%. Uno dei settori storicamente più resilienti all’inflazione, quello del lusso, sta invece vivendo un momento di appannamento parallelo a quello della Cina, alle prese con una crescita economica che, seppure sopra il 6%, risulta deludente rispetto alle previsioni.
Una scossa positiva potrebbe invece arrivare dalla Germania: dopo il brusco calo dell’estate, i dati del settore manufatturiero hanno sorpreso in positivo, così come il rapporto fra scorte e ordini che vede un maggiore incremento di questi ultimi. Il fatto che l’ormai ex locomotiva d’Europa possa aver toccato il fondo può certamente costituire un punto di ri-partenza anche da un punto di vista finanziario.
Al di là dello scenario di breve termine, che è utile analizzare per contestualizzare la situazione e gli attuali valori di mercato, è evidente che ci troviamo all’interno di una finestra temporale con grandi opportunità a livello di rendimenti obbligazionari. L’epoca dei tassi a zero difficilmente ritornerà (ed è un bene considerati gli effetti distorsivi che provoca), mentre una normalizzazione dell’inflazione e di conseguenza dei tassi di interesse è solo una questione di tempo, perché è l’obiettivo di chi i tassi li decide, ossia le banche centrali.
Il fatto che possa volerci qualche trimestre in più oppure che oggi i rendimenti siano al 4,5% anziché al 4% di quest’estate non modifica la strategia di medio termine, qualche “crack” sarà inevitabile, ma fa parte del gioco.