Bond, azioni, oro, bitcoin, tutto sale. L’indicatore “Fear and Greed Index” (paura e avidità) in questo momento è decisamente sbilanciato verso l’avidità. Inflazione, geopolitica, tassi di interesse, cosa sta realmente influenzando il comportamento e la propensione al rischio dei grandi investitori? 

La risposta è sempre la medesima: la liquidità. Da sempre è la “droga” che muove i mercati, spiegata in parole semplici è la quantità di denaro che viene immessa nei bilanci delle banche commerciali da parte degli istituti centrali.

A partire da febbraio 2020 e con un massimo toccato a dicembre 2021, in modo coordinato le banche centrali hanno immesso nelle commercial banks un quantitativo enorme di liquidità, che attraverso tassi bassi e spinta al credito è stata trasferita nel sistema economico, causando inflazione. Una parte di essa è stata poi drenata attraverso il mancato riacquisto dei titoli in scadenza (Quantitative Tightening), che insieme al rialzo dei tassi ha contribuito al vistoso calo di tutti gli asset nel 2022. Dal Q2 del 2023 essa è tornata ad aumentare, creando le condizioni per una ripresa dei mercati finanziari, secondo lo schema della “curva del rischio crescente”.

Come si muovono gli investitori sulla curva? Seguendo la logica dell’appetito per il rischio che via via aumenta. Dopo un periodo negativo, l’approccio è tendenzialmente cauto, si torna ad investire sugli asset che in assoluto presentano minor volatilità, come i conti deposito; lo step successivo è la ricerca di maggiori rendimenti attraverso asset obbligazionari e successivamente il settore immobiliare. Gli acquisti vengono poi indirizzati al mercato azionario ed infine ci si sposta sugli asset altamente speculativi come bitcoin

C’è chi attribuisce il recente rally della cryptovaluta all’halving che ci sarà ad aprile (la minor ricompensa per chi “mina” e quindi crea bitcoin, che ne diminuisce l’offerta), ma in realtà il suo grafico è sovrapponibile in modo quasi perfetto a quello della liquidità presente nel sistema economico.

Massimi storici anche per l’oro: storicamente la sua capitalizzazione oscilla fra il 15% e il 20% di tutto il denaro spendibile nelle economie sviluppate, con un denominatore (il denaro spendibile) che cresce costantemente parallelamente all’incremento del PIL globale. I recenti valori sono pertanto coerenti con questo dato e non devono sorprendere eccessivamente.

All’interno del sistema monetario, costituito dalle valute “fiat” (euro, dollaro, sterlina e tutte le valute principali), il gold è sempre stato considerato l’unica “alternativa” ad esso, ma ora c’è chi considera l’oro-digitale come terza componente del sistema stesso; la market-cap di bitcoin attualmente è al 3,5%, come target nel tempo potrebbe arrivare al 5% (coerente con un valore di 100k rispetto ai quasi 70 attuali). Essendo un asset “high beta” (speculativo), quest’ultimo viene sempre più diffusamente abbinato all’oro che invece è considerato strumento di protezione. La recente nascita e diffusione degli etf sulla criptovaluta lo hanno reso molto più semplice da acquistare, favorendo l’afflusso di capitali.

Attenzione però che quando un asset sale tanto, acquisisce proporzionalmente sempre maggior peso nel portafoglio; nella cura del patrimonio, la gestione del rischio è fondamentale, ed è buon norma pertanto ribilanciare il portafoglio incassando parte del profitto e riportando gli asset alla quota corretta. Tutto ciò per evitare bruschi contraccolpi al primo fisiologico ritracciamento, tematica valida per Nvidia e tutto il trend dell’intelligenza artificiale.

In questo momento è evidente la ricerca di rendimento a tutti i costi, con un mercato che cresce nonostante tassi superiori al 5%: gli “Animal Spirits” non hanno nulla a che fare con la logica, ma non per questo sono necessariamente da placare. L’importante è saperli gestire nel modo corretto.